ma arido.
Oppresso,
ma fertile.
Fulgido,
ma impietoso.Oscuro,
ma indulgente.
Melodioso,
ma mesto.Fragoroso,
ma lieto.
Leggiadro,
ma affettato.
Sgraziato,
ma genuino.
Fragrante,
ma sciocco.
Inodore,
ma sagace.
Inquieto,
ma munifico.
Placido,
ma parsimonioso.
Tutto ciò sono.
Sarei.
Ma d'ora in poi
un giorno in più non dissiperò
per cercarmi
negli occhi altrui.
Ché come Sisifo finirei.
Inquieto
per la smisurata elasticità
del cordone ombelicale
che di recidere
ho più volte creduto,
sfreccio. E dalla statale,
senza alcuna cometa
come un'affluente in piena mi scaglio
nella strada maestra.
Accelero;
potessi
in luogo del motore
porre il mio cuore immoto
in un palpito
lo condurrei allo spasmo.
Poiché sono alla stregua
di quell'uomo
che da troppo tempo
chiede d'una strada
che non ha mai smesso di calcare.
Come ho potuto
in apnea indugiare
e così a lungo
infracidir
nell'Averno
degl'indolenti?
Essere
per me stesso
la cura più deleteria,
che lenisce i sintomi
trascurando la patologia?
Accelero.
Ancora.
E ancora.
Ogni instabilità dell'abitacolo
la risoluzione mia
accresce,
mentre
biancastre volute di fumo
vanamente insidiano
un bersaglio messo già a fuoco:
il ponte.
Breve.
Altissimo.
Posso già avvertire
dei suoi vertiginosi pilastri
la precarietà
decidere a un tempo
la mia Trafalgar
e la mia Austerlitz.
Da qui infine
mi disferò:
di questo putrescente, organico coacervo
di certezze scadute
e pigramente prorogate.
Di grigiastre escrescenze,
umidi agglomerati
di dolorose ciarle.
Di arti incancreniti
da stati d'animo
passivi
presi in prestito.
Di orribili piaghe
da interminabili convalescenze
dopo virulenti attacchi
di tedio.
Di ustioni di vario grado
da ipocrisia volontaria.
Di somatizzazioni cutanee
da parziale
o totale
autorepressione della volontà.
Mors mea, vita mea!
Supersonico,
il guardrail bruscamente punto
e l'impatto!
Ma resiste e mi rigetta indietro.
In piedi,
sul ciglio della strada,
sogghignando
mi fa un pargolo:
"Amico! Di tali zavorre
non ci si libera.
Serviranno
a domare le speranze".
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