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martedì 19 aprile 2011

L'Aquila. Impressioni a due anni dal sisma


Sono partito con l'idea che bisognava vedere l'Aquila così com'è ridotta ora. Torno con la convinzione che sia necessario sottoporsi a un tale shock visivo per tentare di comprendere la tragedia che, poco più di due anni fa, fece l'infelice scelta di questo teatro per andare in scena, lasciando in eredità la sua desolante scenografia. La maggior parte delle strade - grazie al lavoro di forze dell'ordine, volontari e cittadini - è ormai libera da detriti e calcinacci e quindi percorribile, fatta eccezione naturalmente per la zona rossa, che presenta inquietanti analogie con lo scenario post-atomico di Pripjat', nell'ex Urss.

mercoledì 6 aprile 2011

Cavolfiori romani + insonnia²


Sento l'Universo come un infinito cavolfiore romano. Sì, di quelli che si trovano su un qualsiasi banco di verdure al mercato. Nelle sue forme è ben visibile un frattale, cioè un'immagine che non fa che ripetersi su varia scala. Gli studi geometrici del matematico Benoît Mandelbrot nella seconda metà del secolo scorso, hanno cambiato il modo di vedere la materia e le sue forme, anche le più complesse. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso... E poiché tutte le cose sono e provengono da una, per la mediazione di una, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica mediante adattamento (attribuita a Ermete Trismegisto). Il senso è all'incirca questo:

lunedì 27 settembre 2010

Generalizzare: deleterio processo cognitivo



Sto maturando una forte idiosincrasia per coloro che hanno l'abitudine di generalizzare. Naturalmente me compreso, quando ci casco. Per esempio, quante volte sentiamo l'incipit "questo è tipico degli italiani..." ? Non è infrequente. E sembra essere socialmente trasversale; direi che è tipico degli italiani dire "questo è tipico degli italiani...". Ecco, appunto! Ad ogni modo, nel momento in cui generalizziamo la nostra immaginazione si polarizza su una determinata realtà, quella che per un motivo o per un altro diviene alla nostra attenzione macroscopica rispetto alle altre, considerate momentaneamente accessorie. Salvo poi constatare, in tutt'altro contesto e magari con più calma, che per ogni situazione o idea che ci colpisce ne abbiamo vissuta o conosciuta un'altra antitetica e ugualmente intensa.

Ributtanti ritornelli come "lo fanno tutti...", "lo dicono tutti..." o "lo sanno tutti che...", nel linguaggio corrente, corroborano spesso il tentativo di convincere altri o se stessi ad avallare o rifuggire un'idea, un'opinione. Essi sono paragonabili a un morgana, un'illusione ottica. Oltre a rappresentare una gabbia mentale per l'interlocutore, poiché alienano la sua conoscenza delle realtà particolari proponendogliele come fossero cloni seriali da non considerare se non in blocco.

In questo modo diventa difficoltoso non tanto controbattere, quanto far realmente comprendere a chi ha appena fatto di tutta l'erba un fascio l'eccessiva eterogeneità degli esempi che accomuna: egli risponderà che le vostre argomentazioni sono marginali, che non intaccano la sua tesi o che, tutt'al più, sono l'eccezione che conferma la regola.

Ecco, basta con queste eccezioni che confermano regole. Qui da noi si è talmente abusato di questo detto che ora l'eccezione sconfessa la regola. O da quest'ultima è confermata, come si preferisce.

martedì 27 luglio 2010

Il credente automa


Premessa: scrivo queste brevi riflessioni da agnostico. 

È giusto dirsi di religione cristiana  senza aver mai nemmeno letto la Bibbia (o almeno il Nuovo Testamento)? Non dico senza conoscere il contesto storico in cui il cristianesimo si sviluppò; mi fermo (e non basterebbe) al suddetto testo sacro. Ognuno risponda ciò che vuole. Io dico di no. Perché allora potrei definirmi comunista senza aver letto almeno Marx ed Engels; anarchico senza aver mai aperto un libro di Proudhon, Bakunin o Malatesta; nichilista senza conoscere Turgenev o aver preso coscienza di cosa fosse quello russo o quello di cui scriveva Nietzche. E non che basti il solo teorizzare, anzi. Insomma, potrei dire di esser ciò che voglio se penso che basti un'infarinatura. E che quell'infarinatura esprima bene o male ciò che ritengo corretto in quel momento. 

Ad ogni modo, tornando alla religione, mi chiedo quanto i massimi esponenti dei vari credi - mi mantengo sul generale - tengano alla qualità dei propri fedeli. Credo che se davvero importasse loro questo e facessero una scrematura, di degni credenti se ne terrebbero meno di un quarto ciascuno rispetto agli attuali. Di tutti gli altri non si può nemmeno dire che siano farisei, perché almeno questi le scritture le conoscevano: attaccavano Gesù perché credevano che le trasgredisse; e lui giù a spiegargli che il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato.

L'unico aggettivo che mi viene in mente per definire coloro che non hanno una buona conoscenza di ciò in cui millantano di credere è indifferenti. Potrei dire superficiali ma dico indifferenti, perché non compiono nessuno sforzo mentale e non si pongono alcuna vera domanda che li porti lontano da quella fede che accettano pigramente. Essi non soccombono mai al dubbio, e non perché la loro spiritualità sia così radicata da salvarli, ma perché sono talmente lontani dall'avere una fede che non capiscono l'importanza di metterla in discussione. D'altra parte, sono talmente inquadrati nelle convenzioni da guardarsi bene dall'ammettere la propria ignoranza.
Così non sono né carne né pesce.

mercoledì 14 luglio 2010

Pesci rossi nella boccia


Chissà cosa pensava del'homo technologicus Chris McCandless mentre se ne stava dentro il Magic Bus, durante le buie e fredde serate solitarie nei boschi dell'Alaska. Fisicamente lontanissimo dalla civiltà, ma ancor più mentalmente. Lui che per mangiare aveva scelto di cacciare e raccogliere vegetali commestibili invece di scendere al supermercato sotto casa; che per scaldarsi aveva imparato ad accendersi un fuoco invece di pagare bollette all'azienda statale data in gestione a privati; che aveva scelto il nomadismo come parte integrante di una cultura della conoscenza al posto della stanzialità, perché la stasi sa di morte; che ha espresso così tanta passione, amore e religiosità in ogni suo atto da eguagliare e superare il più buon esempio che uno qualsiasi dei credi presenti al mondo possa offrire.
Aveva trovato il buon nascondiglio, come direbbe Paloma, la dolcissima bambina protagonista de "L'eleganza del riccio".

È vero, il modello di vita che conduciamo - e che abbiamo ereditato - ci offre mille comodità. Ma non può alienarci un paio di cavalli di Troia, che appaiono insignificanti solo se considerati in un arco di tempo breve: la ripetitività e la noia. La loro lenta e inesorabile azione nel cervello arriva infine a concentrare l'esplosività della nitroglicerina. Esse agiscono come il più subdolo dei virus che neutralizza i sistemi di difesa dell'organismo. Così, quando finalmente ti desti per opporti e pensi di ritrovare la spada al solito posto, ti accorgi amaramente che lì non c'è più.
La tecnologia moderna, quella che ha l'obiettivo di eludere la fatica, ci separa ogni giorno di più. Arriveremo ad avere un pianeta ciascuno, senza trovare la volontà di metterlo in comunicazione con gli altri.
Cara dolce Paloma, so cosa pensi del futuro: saremo dei pesci rossi dentro una boccia, a cui va cambiata l'acqua ogni tanto. Altrimenti muoiono nelle proprie scorie.

martedì 22 giugno 2010

L'istante: unità di misura dell'esistenza


"Non c'è altro che un istante. E noi, in realtà, ci siamo sempre dentro", dice uno dei personaggi incontrati dall'onironauta nel film Waking life (2001, regia di Richard Linklater). Come contraddirlo? Per comprendere meglio il concetto di istante all'interno di un'esistenza basta prendere una foto. Cos'è infatti questa se non la cattura di un infinitesimale segmento di vita? Un frangente irreversibile, irripetibile e casuale. In effetti, guardarsi in una vecchia foto è un po' come trovarsi di fronte all'immagine di un morto; nel senso che si contempla una persona che non c'è più, che non sarà mai più nel modo in cui è stata immortalata. Una foto ha il vincolo di richiamare soltanto il passato, eternizzando però un preciso presente. Al suo interno si cristallizzano delle circostanze che, anche se inanimate, non sono più soggette all'evoluzione che impone lo scorrere del tempo.
In un certo senso, l'attimo potrebbe dirsi l'unità di misura dell'esistenza. Un'unità che è impossibile calcolare aritmeticamente se non attraverso l'attribuzione di valori e convenzioni. Alla sua rappresentazione si è ispirato l'Impressionismo (e Giorgione tre secoli prima), la corrente pittorica forse più nota e apprezzata, gli esponenti della quale colsero presto l'importanza e le implicazioni storiche e filosofiche della fotografia (allora da poco inventata) riprendendo il concetto di raffigurazione dell'attimo e trasponendolo, con tecniche per quel tempo innovative, su tela. Monet arrivò a dipingere anche più di due tele insieme in una precisa fase del giorno, per non perdere l'effetto che una determinata gradazione di luce distribuiva sul paesaggio.

In generale, ogni essere vivente ha a disposizione un numero indeterminato e consecutivo d'istanti in uno spazio sondabile finito, ancorché vastissimo, e una coscienza in un corpo che si deteriora. Tutto è soltanto presente, perché solo questo è in tempo reale. La proiezione del futuro è plasmata dalle speranze, il numero delle quali decresce secondo il susseguirsi degl'istanti che compongono l'esistenza.

sabato 8 maggio 2010

La Fantasia


Il concetto di fantasia è molto meno oggettivo di quel che si possa pensare. Anzi, direi che è decisamente soggettivo. E non intendo dire che varia da persona a persona, perché questo è quasi ovvio, ma che ogni ambito tende a svilupparne uno proprio.
Ad esempio, ho sentito il Prof. Paolo Legrenzi, ospite a "Le storie", dire:
"La fantasia è la capacità di costruire un mondo diverso da quello in cui siamo in questo momento, un mondo immaginario. Esso non è totalmente scollegato dal mondo reale: attraverso dei vincoli, delle leggi, dei meccanismi, noi possiamo trasformarne quelli che sono gli oggetti. Anche se non con una totale libertà. Il più antico reperto che abbiamo della civiltà umana, di 39 mila anni fa, è una statuetta di un uomo con una testa di leone"


Questa è la definizione di un dottore, uno studioso. Che non è un fruitore di fantasia (almeno non per lavoro): ne studia i meccanismi. Sotto invece, c'è l'idea di uno dei più grandi artisti e designer del XX secolo, Bruno Munari, presente anche nel suo illuminante "Fantasia" (1977):
"La fantasia permette di pensare a qualcosa che prima non c'era, senza nessun limite. Nel senso che posso anche pensare a delle cose non realizzabili praticamente. Essa opera nella memoria facendo delle relazioni tra quello che uno ha imparato e conosciuto. Per esempio il famoso drago che viene colpito da San Giorgio è un animale fantastico. Oppure, se io conosco l'elasticità della gomma e la trasparenza del vetro, posso, mettendole insieme, immaginare un vetro elastico o una gomma trasparente"


Le due definizioni sono simili, anche per gli esempi citati. Però, se Legrenzi non riconosce una totale libertà agli automatismi della fantasia, Munari specifica subito che essa è senza limiti. Il nostro cervello funziona per associazione di idee, ed ergo, una mente creativa, più cose conosce più è potenzialmente in grado di collegarne. Ora, se lo psicologo per "non totale libertà" intende che la fantasia è direttamente proporzionale ai dati a disposizione della memoria, l'artista entra nello specifico di questo scenario finito per sottolineare che le combinazioni possibili tra le cose conosciute sono potenzialmente "senza limiti" e non tutte "realizzabili praticamente". Messe così, le due affermazioni non sono opposte, ma in un certo senso consequenziali. Se invece lo psicologo si riferisce al fatto che, in generale, la creatività del pensiero trae comunque linfa dalle cose terrene, e per questo non è totalmente libera, l'artista, al contrario, intende che è con gli elementi acquisiti in questa realtà che una mente creativa è libera, perché è questo lo spazio in cui vive, pensa e si esprime.

Molto interessante è anche il discorso sulla fantasia attiva e quella passiva. Il Prof. Legrenzi, nella puntata che ho linkato sopra, dice che leggere provoca in noi la produzione di immagini e quindi stimola la fantasia attivamente, perché il testo non può andare comunque oltre la descrizione. Un film, invece, essendo di per sé una sequenza di immagini, è molto meno efficace in tal senso e la sua azione provoca passivamente la nostra fantasia. Sarà per questo che il 90% dei film tratti da libri deludono in larga parte coloro che la storia l'hanno prima letta? Di certo a quel punto diventa difficile far convergere l'immaginazione del regista con la nostra.

Ultimo quesito. Se l'immaginazione è, come dice Munari stesso, la capacità di proiettare nella propria mente l'immagine di una fantasia, endogena o esogena che sia, un libro stimola la fantasia attiva o l'immaginazione attiva?



P.s. Munari ti adoro.

mercoledì 21 aprile 2010

Spirali



Giornata normalissima, fin quando in auto il mio pigro cervello non ricompone i pezzi. Nel corso della mattinata ho avuto modo di apprendere due notizie che, accostate l'una all'altra in un lasso di tempo relativamente breve, mi hanno gettato in pasto a una vertigine.
Una signora sulla cinquantina inoltrata mi porge felice e sorridente il suo cellulare, in cui vi sono alcune foto di un bambolotto rubicondo: è il suo nipotino nato da pochi giorni. Nemmeno due ore dopo vengo a sapere di un mio coetaneo. Uno di quei ragazzi a posto; di quelli coi quali una birra serale al pub può far solo piacere. La sua compagna ha dato alla luce un bambino con gravi malformazioni cardiache ed encefaliche.
Al di là del forte stridere delle due situazioni, non so perché non abbia subito associato il ragazzo alla neo nonna. L'ho fatto solo dopo qualche ora. Chissà quante altre volte connessioni del genere mi sono letteralmente sfuggite. Superficialità? Vade retro!
Spesso la vita mi ha dato prova che un solo cervello, funzionante o meno che sia, non mi basta per comprenderla in parallelo, in tempo reale; eppure dovrebbe essere questa la sua prerogativa principale. Del resto, se dobbiamo citare Leibniz e dire che questo è il migliore dei mondi possibili, che Dio ha operato e opera al meglio delle sue possibilità, allora io questo cervello ce lo devo avere, perché serve. Anche se non sempre a me.
Eppure, maledizione, l'universo si mostra a ogni persona in modo direttamente proporzionale alla realtà che vive e alla sensibilità di cui è dotata, e quindi sempre e comunque parzialmente. Non solo: la sua comprensione da parte nostra deve necessariamente passare attraverso il rullo dei bisogni.

Bisogna riconoscerlo: non siamo stati dotati di un gran binocolo per guardarci intorno.

sabato 20 marzo 2010

La (mia) superficialità


Se c'è una guerra che vale la pena di intraprendere, l'unica che non necessiti di cifre esorbitanti, è quella contro una parte di noi. Fosse anche per il resto della permanenza sulla Terra. Quella parte che sempre ci ha creato problemi.
Una guerra bifase: individuazione e tentativo di cura.

Individuazione: questo leviatano interiore è più ambiguo della tuta disindividuante di Philip Dick. Bisogna mettere realmente le mani nella (propria) merda per discernere vizi, carenze, difetti, lacune minori e provvisorie, da quelle più radicate. E puntarne uno/a, possibilmente quella/o più atavica/o e puzzolente. Credo di aver fatto questo tipo di lavoro, riuscendo a pescare il prodotto della mia mente per il quale provo un indomito ribrezzo: la superficialità. Ho imparato a riconoscerne le pulsioni deleterie attraverso alcune sue peculiarità, che cerco di eliminare con dei Qassam: pregiudizio, stereotipo e accettazione. Ogni volta che cammino e metto il piede su una di queste tre mine maledette mi sento saltare in mille pezzi, proprio come capitò a Robert Capa. E la paura di questa terribile sensazione è il solo anticorpo che la mia mente sia riuscita a creare contro una parte di sé. Come in ogni guerra, però, ci sono momenti, periodi, in cui ti sembra di regredire. E altri in cui regredisci realmente. Allora devi mettere di nuovo le mani nella (tua) merda e vedere fino a che punto sei tornato indietro. Pulire, e da lì ricominciare.

Tentare la cura. Per quanto mi riguarda, il solo antidoto che a tastoni nell'oscurità sono riuscito ad afferrare è sviluppare la curiosità, la voglia di approfondire in ogni direzione possibile e senza forzature. Sono fortunato in questo, poiché credo di aver imparato ad alimentare il mio interesse nelle cose: a volte vorrei creare così tanto da finire a pensare che l'arco di una giornata non valga nemmeno come antipasto. Ciò mi riesce in modo molto più efficace quando sono solo; ho moltissime difficoltà a tener domo quel mio odiato generalizzare quando sono in mezzo agli altri. Di questi, ho notato, colgo subito il grado di superficialità e, se elevato, invece di dar subito battaglia, addiziono la mia alla loro. Regredendo inesorabilmente.

Ad ogni modo, ho avuto la mia personale Austerlitz nel comprendere che la vera cura, se c'è, è imparare. Con modestia. Necessariamente sbagliando. E da qui creare. Do ut des. Immagazzinare, personalizzare e riproporre.
Per allontanare il puzzo vomitevole di questa cazzo di superficialità.

mercoledì 10 marzo 2010

Perdersi e ritornare, utilità ispirative




"Nelle nostre passeggiate più banali, stiamo sempre virando, seppur inconsciamente, come piloti diretti da certi fari e da certi promontori (...) Dovremmo guardare più spesso oltre la ringhiera di poppa della nostra nave, come passeggeri curiosi, e non fare il viaggio come stupidi marinai, intenti a preparare la stoppa" (H.D.Thoreau, Walden).

In questa parte di mondo è praticamente impossibile perdersi; non agli occhi degli altri, ma a beneficio di se stessi. Ogni tragitto che faccio è programmato. Non mi sono mai perso davvero in un posto, per questo sono convinto di aver fatto sempre a meno di qualcosa.

Perdere la cognizione del luogo in cui ci si trova e in abbinamento, possibilmente, del tempo. E farlo senza provare inquietudine; ma come trattenersi dal chiedere aiuto a qualcuno? Ricorda molto quel bambino alle sue prime timide esperienze in piscina: se ne resta incollato al bordo. Tolte quelle volte in cui lo si fa per necessità, perché quando ci si sposta sembra sempre logico avere una destinazione?

Le antiche popolazioni nomadi non si riconoscevano in una sola terra, ma nella totalità di essa; si spostavano solitamente per motivi economici, o di tradizione. La loro conoscenza era superiore a livello pratico rispetto a quella di un qualsiasi popolo stanziale, così come la loro capacità di adattamento, soprattutto climatico. Nomade viene dal greco nèmo (o nèmos), che significa "io pascolo"; in tal senso il concetto di perdersi per loro era abbastanza relativo. Al contrario, la nostra plurisecolare cultura stanziale ci fornisce un banco di prova ideale per sentire pienamente quella destabilizzazione del trovarsi in un luogo estraneo alle proprie abitudini visive. Destabilizzazione, se possibile, nella sua più utile accezione: come shock e graduale visione di nuove potenzialità e stimoli che scaturiscono dal cambiamento di contesto.

Come se giocassimo a provocarci: negando al cervello ogni riferimento topografico (contestualmente a tutte quelle immagini associative di cui necessita) e domandone via via ogni vertigine conseguente, lo si induce ad abbandonare le inutili inibizioni e le alienanti certezze legate all'ambiente precedentemente memorizzato. E a concedersi quindi nuove ispirazioni. Decontestualizzarsi. Un po' come faceva Magritte con gli oggetti, per far acquisire loro tutt'altro senso; un senso inaspettato, sorprendente. Per non avere un'idea prevedibile, standardizzata, o peggio limitata di ciò che la nostra esistenza può partorire.

Il ritorno, però, è una componente imprescindibile del gioco: è nel luogo (non necessariamente reale) che identifichiamo come intriso della nostra essenza che le esperienze si preparano a essere assimilate dall'anima, assumendo valore permanente. Solo dopo potranno contribuire direttamente al processo di elaborazione creativa o poiesi.

Perciò, perdersi, per un artista, è intraprendere un viaggio stimolante, ingannando, tenendoli bene aperti, i propri occhi. Per poi ritornare con il prezioso carico di impressioni e fantasie a casa. Qualsiasi cosa per essa s'intenda.

venerdì 8 gennaio 2010

Questa non è solo una torre


Esistono cose, oggetti e persone che tornano ciclicamente. Spesso trascendendo il loro significato strettamente fisico. Se poi siamo ferventi fruitori di fantasia, tali manifestazioni possono assurgere a vere e proprie simbologie. Come mi succede se incontro o penso ad una torre.

Questa ha assunto in passato le più note e disparate accezioni pratiche, sviluppatesi trasversalmente e con grande velocità in età feudale; ma è sul versante metafisico che mi dà l'impressione di incarnare due significati principali e molto diversi.
Il primo è quello che fa riferimento all'episodio della Torre di Babele raccontato nella Genesi, nel quale la superbia del genere umano, creatore di una costruzione che aveva la pretesa d'innalzarsi fino al livello di Dio, finisce per essere punita da quest'ultimo; l'errore fu forse farsi fuorviare dall'orgoglio, suggeritore di un'ascesa materiale al divino, che avrebbe invece dovuto essere intesa in senso spirituale.
Il secondo, che è collegato in parte alla sua finalità reale, cioè quella funzionale alla vigilanza, riguarda la pura e semplice osservazione dall'alto attraverso l'elevazione dello spirito sensibile; la riflessione, lontano dal soggetto stesso che la provoca, per averne una visione migliore.

E' affascinante accostare l'immagine della torre ad una via di fuga. Soprattutto durante i mille anni circa di Medioevo, coloro che potevano annoverare una o più torri (di guardia o di ornamento) tra le proprietà avevano una possibilità concreta di sfuggire a frequenti saccheggi o razzie di eserciti di passaggio: infatti, ad una certa altezza, il persorso di salita nella torre s'interrompeva, e sul soffitto (posto molto in alto) vi era un vano accessibile solo tramite una scala ritraibile, di corda solitamente. Ciò, ovviamente, permetteva agli inseguiti di tagliare fuori gli inseguitori (almeno finché anch'essi, testardi, non si fossero procurati una scala).
Non è forse, in senso figurato, ciò che fa ognuno di noi quando sente il bisogno di isolarsi?

Tuttavia, quando ci abbandoniamo alle nostre memorie o ai sentimenti più reconditi, sono due le tipologie di percezione del moto che possiamo provare: ascesa o discesa. Si può avere l'impressione di un'attività ascensionale quando si pensa ai ricordi felici, alle memorie più dolci, quelle che, come farfalle, sembrano essere prive di peso, benché ne abbiano a livello emotivo. Sembrerà invece di discendere quando i sentimenti incoffessabili, quelli che teniamo nascosti, un percentuale dei quali rifiutiamo addirittura di riconoscere come nati in seno a noi, percorrono i nostri sentieri interni. Al contrario delle amene immagini mentali, questi pesano come macigni e, in proporzione all'importanza che hanno, ci opprimono; Dostoevskij ne ha fornito una descrizione lucida e impietosa in "Memorie del sottosuolo".

Forse è così che interpreto una torre: che sia essa esposta al buio della notte o al calore d'un sole di luglio, è comunque elevata.
Roma pullula di torri e torrioni di ogni epoca sia nel centro storico che in periferia, ma ve n'è una littoria, altissima, che adoro guardare. Si trova lungo la Collatina. Se poi riuscissi a salire su uno dei minareti della Moschea Blu di Istanbul sarei felice come un onironauta.



P.s. Curioso: ho da poco scoperto che sullo stemma del paese di nascita di mio papà vi è una torre.

domenica 6 dicembre 2009

Luminosità del buio


(Yves Tanguy, Le Jardin sombre, 1928)
Dalla seconda rivoluzione industriale in poi, l'uomo ha perduto un amico fidato; uno degli ultimi, forse, che lo tenesse coi piedi per terra: il buio. La luce artificiale della lampadina elettrica conquistò sempre più i nostri avi, che la collocarono praticamente in ogni ambito. Tramutandola rapidamente in necessità. Molte persone, oggi, hanno paura del buio; prima era molto meno concepibile averne, visto il quotidiano conviverci, soprattutto coloro che stentavano a reperire candele come i ceti più poveri. Per questo ho sempre pensato che quella del buio sia in realtà una sorta di paura acquisita, e non primordiale.

Dovremmo ritrovare un dialogo con la mancanza di luce, poiché sviluppa in noi il concetto di uguaglianza; esiste qualcosa che annulli ogni valore materiale in modo più efficace del buio? Nella sua oscurità tutto è perfettamente uniforme; se un oggetto può pavoneggiarsi coi suoi superlativi grazie alla luce, al buio diventa inutile. Nullo. Noi stessi, quando siamo circondati dall'oscurità, mettiamo in secondo piano le vanità, la fisicità, perdiamo sicurezza, e possiamo solamente rinchiudere ogni fremito volitivo nella voce, l'unico sottile filo conduttore con la realtà abituale.

Tutto è luce in Occidente. Vi sono città famose solo per le spettacolari suggestioni da abuso luminoso. Quelle città, però, hanno bisogno della notte per stupire; Las Vegas, per esempio, di giorno è totalmente anonima. Una città che "vive" solo di notte grazie alla luce. Paradossi.

Sarà perché sono cresciuto vicino alle cantine (e per questo ringrazio la buona sorte) che necessito a volte di luce sommessa, del fuoco fatuo di una candela. Se non dell'oscurità assoluta; certo, sarei reticente se non ammettessi di provare spesso un iniziale disagio, che ho tuttavia imparato a interpretare come necessario, perché accende l'ispirazione. La fantasia nasce dal buio. Se solo imparassimo a scrollarci di dosso il fastidioso retaggio carico di pregiudizi sul suo conto, godremmo dei suoi effetti benefici sulla nostra psiche. Come lo sviluppo della curiosità: eludendo infatti i nostri sensi egli ci mette in una condizione di ricerca continua, anche solo per il compimento di un semplice gesto.
Soffoca la banalità.

Infine i sogni: cosa c'è di più imprevedibile della fase onirica? Ebbene, per raggiungerla dobbiamo chiudere gli occhi e affidarci a lui. Al buio.

venerdì 27 novembre 2009


L'amarezza del consumismo risiede in quel senso di insoddisfazione che proviamo ogni volta che appaghiamo l'ennesimo futile bisogno.

lunedì 16 novembre 2009

Questo non è (purtroppo) una pipa


Magritte aveva capito tutto. René Magritte, il pittore belga. Quello di "Questo non è una pipa". Il suo decontestualizzare gli oggetti attira l'attenzione di milioni di curiosi, affascinati dai suoi giochi surreali: un pittore dipinge un uccello mentre guarda un uovo; un uomo allo specchio che, invece di rifletterne in modo speculare l'immagine, ne mostra le spalle e la nuca. Accidenti che trovate! Si prova una forte destabilizzazione guardando le sue opere, ma si ha la sensazione che tutto finisca lì, all'interno del quadro. Un bel gioco appassionante, ironico, a tutta prima geniale, fuorviante al punto da rapire sinceramente. Tuttavia fine a se stesso. Però, che simpatico! E pensare che i francesi dicono dei belgi che non hanno senso dell'humor! "Questo non è una pipa"! Foucault ci ha scritto un libricino su questo quadro, di pochissime pagine; un rompicapo filosofico.

Occorre però che ognuno ci metta del proprio in un'opera d'arte; l'artista funge talvolta da psicologo: non mette insieme il puzzle per te, ma ti aiuta a comporlo. Lascio quindi da parte i sofismi di Foucault (col dovuto rispetto, ovviamente), e anche quelli di Magritte. Sì, anche i suoi. Ora non m'importa cosa volesse dire René. Una cosa mi attrae se mi fa pensare, non solo se m'induce a ripercorrere riflessioni altrui, per di più figlie di un diverso momento storico; ho bisogno di attualizzarla, di specchiarmici, di gettare, attraverso l'intuizione del suo potenziale, un fascio di luce sui miei coni d'ombra. E su quelli del mio tempo.
È una fase di destabilizzazione data dall'aver compreso quanto quei concetti fondamentali, che mi sono stati insegnati come immutevoli e univoci (o che ho recepito come tali) e che orbitano intorno alla vita di un uomo, assumano via via così tante - troppe - accezioni? Sì.
Che "Questo non è una pipa" lo si capisce crescendo. È la disillusione dell'adulto.

venerdì 30 ottobre 2009

Superficialità e ignoranza nell’appartenenza politica estremista (da un articolo apparso su www.magozine.com)


Ho trent’anni, tutti vissuti a Roma. Dalle scuole medie fino alle superiori ho incontrato centinaia di ragazzi che amavano definirsi di questa o di quell’altra corrente politica: fascista, nazista, piuttosto che comunista o anarchica. Queste le più accreditate. Naturalmente, ne incontro ancora oggi di persone convinte e in taluni casi arciconvinte di appartenere proprio a quello schieramento preciso, tanto che a volte provo come un moto d’invidia per costoro.
Ma poi mi chiedo: quanti realmente sanno di cosa stanno parlando?
Per come la vedo io, prima di aderire parzialmente o totalmente a un'ideologia (cosa che per molti è già anacronistico di per sé, e meno male...) bisognerebbe conoscerne quantomeno la storia, le motivazioni che l'hanno portata al potere in un determinato periodo, i risultati tangibili per la collettività che ha ottenuto o scaturito, e soprattutto la collocazione e la compatibilità (se vi può essere) col nostro contesto sociopolitico.
Faccio un esempio ricorrente (almeno nella mia vita): centinaia di ragazzi amano definirsi di "destra" o fascisti. Alla base di questa scelta di campo vi è una decisione maturata tramite un ragionamento, filosofico e/o pragmatico, di comparazione delle realtà tra l’Italia del ventennio e quella odierna? Vi è la conoscenza oggettiva dell’azione e del pensiero di alcune figure di spicco quali Giovanni Gentile, Dino Grandi, o dello stesso Mussolini, e di cosa essi abbiano fatto a livello pratico in campo economico, giuridico, e sociale in quella penisola arretrata e sostanzialmente agraria? Vi è forse un puro discorso di identità nazionale da difendere, poiché si ritiene messa a repentaglio dalla ciclica immigrazione e, alla luce di ciò, ci si rifà a quel modello littorio tanto devoto alla causa tricolore e nazionalista (anche se in realtà nell’era fascista non vennero adottate contromisure per l’immigrazione tanto plausibili da potercisi oggi ispirare, perché esisteva il problema esattamente opposto, ossia quello dell’emigrazione)? O ci sono ragioni meramente modaiole, e quindi di una nemmeno troppo nascosta strumentalizzazione basata sulla sostanziale ignoranza, che si fa forte della naturale carica dirompente insita nella volontà di rivolta giovanile più o meno repressa contro un sistema oligarchico ritenuto palesemente imparziale?

Allo stesso modo, per la par condicio, coloro che si schierano a sinistra (corrente oltremodo vasta e con diverse accezioni per la verità) sanno effettivamente, per esempio, da cosa derivi il Socialismo e in quali paesi fu alla guida le prime (brevi) volte? O cosa dica il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, che è nientemeno del 1848? O quale fosse il ruolo e la posizione spesso scomoda del Pci nell’Italia dell’immediato dopoguerra prima e della guerra fredda poi? E chi si professa anarchico sa chi era Proudhon, o cosa scrivesse Bakunin o Malatesta o Cafiero?
Teoricamente bisognerebbe avere un’idea della storia delle ideologie, della loro evoluzione nel tempo e della loro attualizzazione, per non incorrere in un abbaglio. Ma ciò richiede tempo e volontà, ed ecco che la superficialità prende il sopravvento sotto forma di preconcetti, credenze popolari verosimili o, in alcuni casi parossistici, di violenza gratuita.
Ora non posso non essere sincero, per questo dico che a tante di quelle e ad altre domande non so dare ancora una risposta, e quindi penso di non potermi schierare totalmente con tizio piuttosto che con caio, né se ha o avrà senso farlo. Ma ciò non significa ch’io non abbia una mia coscienza politica più o meno definita, dettata da una logica che è la risultante di tre principi base: rispetto, non-violenza e pragmatismo.
Credo siano un’ottima base per poter costruire sopra tutto il resto.